2023
MUTANDETICA
Ìntimo /ìn·ti·mo/
Che è strettamente insito nella struttura fondamentale o nel principio costitutivo di qualcosa.
– Connesso a un ambito o a un rapporto singolarmente o gelosamente circoscritto.
– Che è il più interno, il più addentro.
– Stretto, strettamente unito (anche in senso figurato).
– Che si prova nel profondo dell’animo; radicato nell’animo.
– Di parti del corpo che per pudore si tengono coperte.
Scultura.
Dimensioni: 35 X 18 X 15 cm.
Materiali:
Bucce di fico d’india, filo di canapa, filato lurex Skyfall Fur, filo di cotone, garza, mutande di garza, china colorata, carta.
Materials:
Cactus skin, hemp string, Fur velvet yarn, cotton thread, cloth, cloth underwear, colored ceramic, paper.
2023
MUTANDETICA
Ìntimo /ìn·ti·mo/
Che è strettamente insito nella struttura fondamentale o nel principio costitutivo di qualcosa.
– Connesso a un ambito o a un rapporto singolarmente o gelosamente circoscritto.
– Che è il più interno, il più addentro.
– Stretto, strettamente unito (anche in senso figurato).
– Che si prova nel profondo dell’animo; radicato nell’animo.
– Di parti del corpo che per pudore si tengono coperte.
Scultura.
Dimensioni: 35 X 18 X 15 cm.
Materiali:
Bucce di fico d’india, filo di canapa, filato lurex Skyfall Fur, filo di cotone, garza, mutande di garza, china colorata, carta.
Materials:
Cactus skin, hemp string, Fur velvet yarn, cotton thread, cloth, cloth underwear, colored ceramic, paper.
MUTANDETICA
Ìntimo /ìn·ti·mo/
Che è strettamente insito nella struttura fondamentale o nel principio costitutivo di qualcosa.
– Connesso a un ambito o a un rapporto singolarmente o gelosamente circoscritto.
– Che è il più interno, il più addentro.
– Stretto, strettamente unito (anche in senso figurato).
– Che si prova nel profondo dell’animo; radicato nell’animo.
– Di parti del corpo che per pudore si tengono coperte.
La cultura ha perso le mutande?
di Giuliana Polimeni
Un bell’abito rimane stoffa cucita se non lo si indossa.
E un abito indossato può fare di una donna una baldracca o una fata.
Con l’intento di mascherare, camuffare, imbellettare il vuoto, talvolta si infronzola di orpelli più o
meno ammalianti. Oppure, omette le mutande, ostentando libertà e disinibizione.
Sembra banale – persino irrilevante – ma le mutande fanno la differenza!
Le mutande coprono le parti più intime. Le più infime e taciute, benché adempiano a custodire il
privato universo che assolve le funzioni fondamentali e comuni a tutti i ranghi degli esseri viventi.
Proteggono il portale di accesso al piacere più profondo, segreto e intricato. La parte più
misteriosa, sconosciuta perlopiù anche a sé stessi, dalle sfumature infinite e le sorprendenti
armonie e dissonanze che, spesso, neanche la nudità condivisa riesce a stanare. E, soprattutto,
tutelano il mistero della vita. Quello per cui l’umanità si fa ormai poche domande, accomodata
nell’inerzia dal sigillo dalla scienza, saldo a chetare l’insaziabile curiosità di esplorare l’inafferrabile.
Le mutande, tuttavia, non riescono a rivelare se sotto c’è una natura folta o una rasatura totale!
Schietto e prezioso è il rovescio delle mutande. Taccuino della quotidianità, in rapporto intimo e
privato, sincero e riservato. Quello che più racconta del noi misterioso e incontrollato.
Il selvaggio residuo dell’anima-le in noi.
(continua)
(segue)
In un ambiente che ipertrofizza la visione fagocitando l’attenzione in immagini faziose e slogan
ipnotizzanti, che desensibilizza l’umanità anestetizzando l’empatia – sfruttato strumento di lucro –
la capacità di giudizio è ridotta ai minimi termini. Disabituati ad ascoltare e a osservare ma, ancor
di più, addestrati dall’iperfagia estetica a by-passare la riflessione, il confronto a cuore aperto, per
partorire un pensiero o un’emozione che sia davvero intima e personale, c’è da chiedersi se la
cultura abbia perso le mutande!
La cultura – fuori dai talk show – non può esimersi dalla responsabilità consapevole di lasciare
traccia nell’evoluzione dell’umano verso l’umanità. Non può rintanarsi nell’individualità, lasciando
l’umanità a un destino verso l’estinzione.
Deve continuare a sondare lì dove risiede il senso dell’essere.
Nei residui umorali di un sé che nei millenni rimane misterioso e inafferrabile.
Nell’audace rivelazione della vera umanità: meschina, crudele, fragile e confusa, eccitata e sporca.
Nel grado zero dell’essere uno e trino: corpo, anima e spirito.
Nella ricerca del senso di essere umani oggi.
La cultura ha il dovere di dipanare il caos dell’offuscamento mediatico, restituendo esperienze
autentiche: la misteriosa rivelazione che nutre l’anima, per la libertà di farsi materia di una realtà
che può ancora evolversi e umanizzarsi.
Essere – perlomeno tentare – orizzonte di tutti per ciascuno.
Pubblicato in “Una risposta est-etica” di G. Radice




