2026
SECONDO 1° COMPLEANNO
Appunti dal corpo
Mixed technique with knitting
Elementi dell’opera:
7 garze ospedaliere
Stampe fotografiche
Racconto scritto a mano su strisce di carta
Barra con ganci di ferro arrugginito restituito dal mare
Elements of the work:
7 hospital gauze
Photographic prints
Handwritten story on strips of paper
Rusty iron hook bar returned from the sea
2026
SECONDO 1° COMPLEANNO
Appunti dal corpo
Mixed technique with knitting
Elementi dell’opera:
7 garze ospedaliere
Stampe fotografiche
Racconto scritto a mano su strisce di carta
Barra con ganci di ferro arrugginito restituito dal mare
Elements of the work:
7 hospital gauze
Photographic prints
Handwritten story on strips of paper
Rusty iron hook bar returned from the sea
Secondo 1° compleanno
Appunti dal corpo
Qualcosa era esploso.
Né boati né fontane di lava.
Dolore.
Dolore lancinante.
La pancia era implacabile. Ingoiavo i lamenti. Nessun farmaco calmava le fitte. Muta, incassavo picconate al basso ventre. Spinte feroci martellavano dietro alla schiena. Percosse ai lombi mi impedivano di stare dritta. Camminare diventava stentato. Lame gelide attraversavano il dorso dal petto all’inguine.
Ogni gemito lo risucchiavo per non fare preoccupare mia figlia.
Avevo vomitato liquido verde. Inspirare aria tirava dentro anche il sangue dal viso che, pare, virava al giallo fino a un bianco sfacciato.
Ero rimasta su una sdraio pieghevole giorno e notte, in attesa che l’inferno si spegnesse.
Il terzo giorno, la sofferenza era dipinta su ogni millimetro del volto.
Nessuno mi intimava più di stare dritta o di aprire le spalle ricurve in avanti. I parenti avevano smesso di insistere perché mangiassi, di suggerire altri farmaci per combattere il dolore, di farmi bere intrugli e di spingermi a defecare.
Il medico, per telefono, mi aveva indicato un farmaco per il dolore allo stomaco e raccomandato di andare in studio l’indomani, se non fosse passato, anche senza appuntamento.
Un’altra notte insonne.
La terza.
Il pallore sbiancava e la curva del corpo si chiudeva sempre di più.
Il medico aveva notato l’affresco diafano sulla mia faccia già prima di parlare. Mi prescriveva delle analisi del sangue, per valutare se assumere antibiotici. Rivolta a mia figlia, che mi accompagnava, ci spediva al pronto soccorso con una ricetta, per avere il referto immediato.
Ero piegata dal dolore. Nemmeno la sedia mi teneva composta.
C’era gente che parlava. Si lamentava di lunghe attese e disservizi.
Le persone sembrano ritrovarsi solo nelle disgrazie.
Non sapevo calcolare il tempo di attesa, ma avevo cambiato sedia: da fuori dai vetri a dentro la serra.
Non riuscivano a toccarmi l’addome. Scattavo appena le mani di qualcuno mi sfioravano.
«Addome intrattabile» sentivo ripetere più volte: a chi scriveva a un computer mentre mia figlia rispondeva alle domande su di me; ai medici che si alternavano e sparivano.
Un infermiere mi circondava il polso con una striscia arancione e mi aiutava a salire su una barella. Mi spingeva fino a uno stanzone.
C’erano persone sdraiate con aste a fianco e tubi pendenti.
Pensavo solo che potevo lasciare andare.
Non dovevo più occuparmi di nessuno.
Nessuno da proteggere a vista d’occhio.
Potevo immergermi in quel dolore. Affondare e viverlo per quello che era venuto a dirmi.
Non dovevo preoccuparmi di niente.
Nessuno da accudire.
Neanche un urlo da trattenere.
Nessun affare di cui occuparmi.
Potevo anche finire lì e questo non faceva paura.
Tutto il carico del mondo era nel macigno che opprimeva l’addome.
Non potevo farci nulla.
Ero dentro una bolla.
Gialla.
Un sibilo ovattato e la bocca amara.
Persa in una leggerezza che sapeva di libertà.
Durava poco.
Venivo scarrellata in una piccola stanza con tre uomini, o quattro.
Qualcuno in camice bianco, tutt’uno con la luce intorno; uno più alto con una divisa blu. Parlavano tra loro, credo, intanto che arrivava un altro in divisa verde con un foulard annodato sulla testa.
Quello con il camice bianco, più basso e più anziano, alzava lo sguardo dal parlottio dei colleghi e lo rivolgeva a me.
Capivo che parlava con me per quella parola che ormai usano da anni per indicarmi.
«Signora,» disse con voce gentile «se non la operiamo subito, muore!».
Mi veniva da ridere.
Anche se il dolore mi storceva la bocca e la risata sembrava stentata, io ridevo alla battuta.
Ma le facce non sembravano assecondarmi.
Uno dei medici si avvicinava alla barella e mi spiegava:
«Signora, ha una perforazione intestinale. Dobbiamo intervenire d’urgenza o non so quanto le resta».
Certo, che altro modo c’era per dirlo?
E io cosa dovevo dire?
Non avevo mai pensato a cosa avrei risposto se qualcuno mi avesse detto:
«Allora, che decidi? Vivere o morire? Hai dieci secondi per rispondere!».
Non ricordo di aver risposto.
Oppure avevo continuato a ridere, o sfoderato una battuta delle mie.
Non ricordo.
Oggi, a un anno di distanza, mi chiedo tanti «se».
Cosa avrebbero fatto quegli uomini se avessi detto:
«Ok. Siete stati bravi, ma io non voglio che mi mettiate le mani addosso!»?
Non avevo avuto tempo per pensare, ma credo che avrei scelto di vivere, comunque.
La domanda è: «Per chi?».
Per mia figlia.
Sì.
Solo per lei.
Io, dal mio canto, prima di aver vissuto quel momento, se fossi stata sola, cosa avrei risposto?
Niente.
Come credo di aver fatto.
O no?
Chissà!
Non ci sono testimoni se non le cicatrici che raccontano che, in qualche modo, la vita ha deciso di volermi ancora tra i miliardi di esseri che consumano questa terra.
E, onestamente, dico:
«GRAZIE!».
Lo urlo con cognizione e grande consapevolezza.
Ho imparato ad apprezzare persone e professioni, silenzi e sofferenze.
È stata una vacanza rigenerativa che mi ha rimesso in vita.
In tutti i sensi.
Una vacanza, sì.
Mi ha esentato da molti, non tutti, obblighi e fardelli che tenevo sulle spalle.
Soprattutto ha eliminato la «merda» di troppo che non trovava più spazio, fino a esplodere.
Un serbatoio di merda!
Questo era diventato il mio ventre.
Loro lo hanno pulito.
Erano stupiti di quanta acqua fosse servita. Mi hanno anche detto quanti litri erano serviti per pulire tutta la merda che avevo dentro.
Il chirurgo le chiamava «feci», per farle puzzare meno quando diceva:
«Era piena, signora. C’erano feci ovunque!».
Hanno pure rimosso reperti di persone, tradimenti e dispiaceri ormai in necrosi.
«Diciannove centimetri, signora!».
Cadaveri tossici che portavo dentro, pronti a uccidermi.
Ancora.
Arrendermi al dolore.
Sonnecchiare per rigenerarmi.
Decidere di guarire o permanere nella lagna che mi circondava.
Chiedere aiuto.
Una vera pausa rigenerante.
Sconvolgente.
E catartica.
Una bocca sul lato sinistro del ventre era inglobata in un sacchetto trasparente. Rossa.
Si ergeva sul podio tra quattro cicatrici timide e insignificanti, a confronto.
Pensavo fosse l’estremità di un tubo che penetrava all’interno.
Ogni mattina passavano a controllare se il sacchetto si fosse gonfiato.
Avevo chiesto al chirurgo, di poche parole e ancor meno empatia, come potesse uscire aria se il sacchetto lo soffocava.
Con un’occhiata, mi aveva affibbiato l’etichetta di idiota e mi chiedeva di quale tubo parlassi.
Era il moncone del mio intestino quello che sbucava e che conservavano sotto vuoto.
Si chiama «stomia».
Questa rivelazione cambiava il senso a tutto.
Per me.
Ho chiesto a quella bocca di sputare aria e poi merda.
L’ho pulita e accarezzata, come se potessi finalmente chiedere scusa alla parte di me che incamerava senza lamentare niente.
Le chiedevo di tirar fuori la merda e la guardavo mentre spingeva fuori stronzi sottili e marroni, più chiari e più scuri, lisci o rugosi, allungati o a pallini.
Avevo conosciuto il mio più fedele complice.
Aveva combattuto con me e, per me, aveva sempre sostenuto la battaglia più importante: tenermi in vita.
Dimessa dall’ospedale, il fardello mi ricadeva sulle spalle.
Non avevo ancora ben capito la lezione!
Una notte, dopo dei colpi di tosse, un forte dolore aveva spinto la stomia dall’interno. Nei giorni appresso aveva iniziato a gonfiarsi, fino a diventare più grande dei seni.
Così ero con tre rigonfiamenti e uno dei capezzoli era il più roseo e grosso mai visto.
«Ernia stomiale, signora!» disse il caposala del reparto che mi aveva ospitata. «Non si preoccupi, quando la ricanalizzano quella si ripara».
Era il modo del mio corpo di urlarmi:
«BASTA!».
Si era stufato di me, che continuavo a prendermi carichi per sgravarne i legittimi proprietari.
La pausa tra un intervento e l’altro è stata una lunga e calma sospensione di gravità.
Non che la terra abbia smesso di tenermi con i piedi per terra, ma i piedi a terra li poggiavo poche volte.
Ho dormito quanto non avevo mai fatto.
Ho assaporato un ozio prolungato che non necessitava di furti di tempo e ritagli tra gli oneri.
Un intervallo come le notti televisive da bambina, quando sullo schermo appariva il monoscopio colorato della RAI con quel suono acuto, fisso, continuo.
«Le trasmissioni riprenderanno domani mattina».
Meglio delle pecore al pascolo con la solita tiritera.
Una sospensione delle attività che aveva smesso di chiedermi:
«Chi se ne occuperà, altrimenti?».
Una quasi beatitudine intrisa di libertà.
Tanto illusoria quanto rigenerante.
Il secondo intervento è stato diverso.
Avevo la consapevolezza di quanto sarebbe accaduto.
L’ansia di andare sotto i ferri, la coscienza di attendere fuori dalla sala operatoria per un tempo che sembrava lunghissimo.
Passare lucidamente dalla barella al tavolo operatorio, realmente gelido, sotto la luce bianchissima di una lampada più grande della luna piena in estate e un freddo da camera mortuaria.
Non vedevo l’ora che l’anestesista mi iniettasse le sue droghe legalizzate, che mi spegnevano da quelle chiacchiere inutili che continuavano a curiosare nella mia vita, senza interesse reale.
Capivo il distacco del chirurgo.
Quasi lo apprezzavo!
Freddo.
Dicevo solo che avevo freddo quando mi rivolgevano l’attenzione per fare domande su di me.
Tremavo senza controllo, con i denti che battevano.
Mi addormentavo così, in sala operatoria.
Mi ero svegliata sotto cinque coperte e tremavo ancora, nel letto di una camera diversa dalla precedente, ma sempre vicino alla finestra da cui guardavo il sole sbucare dal mare nel buio del mattino.
L’anestesista era venuta a chiedermi come stavo e mi raccontava che non riusciva a scaldarmi.
Tremavo e aveva dovuto farmi dei lavaggi interni con acqua calda.
Ero ancora troppo stordita per chiederle dove avesse fatto scorrere l’acqua calda.
Ancora acqua, comunque, a salvarmi.
C’erano persone nuove, alcune ritrovate, a prendersi cura di me.
Era molto piacevole e confortante essere accudita.
Mi trattenevo, la notte, per non disturbare quel poco riposo che potevano concedersi gli infermieri e, persino quando li avevo dovuti svegliare per il dolore insopportabile, hanno sempre avuto cura di me con gentilezza.
Farmi restare in vita è stata una decisione involontaria alla quale hanno contribuito tante risorse, umane e naturali.
Persone professioniste mi hanno ridato la possibilità di esserci ancora, di ricominciare lasciando andare un passato pesante e burrascoso di cui si sono presi la briga di liberarmi e lavarmi fin da dentro.
Ho potuto riabbracciare le persone che amo, mia figlia in primis, e avere modo di dare loro, ancora più consapevolmente, l’amore che ho per loro.
Ogni abbraccio che do ha un valore che non tutti possono sapere.
Ogni momento ha la calma placida dell’esserci adesso.
Ogni giorno la luce illumina sfumature diverse.
Io ci sono.









